Non sapendo dove la Morte ci attenda, attendiamola dappertutto. La premeditazione della Morte è premeditazione della libertà. Chi ha imparato a morire ha disimparato a servire.
Michel de Montaigne

Prendendo atto che l’etimologia del termine Salute ci conduce all’idea di “salvezza”, situare la Morte all’interno della dinamica della “vita saggia” è lo stimolo intellettuale e pratico che può condurre a “salvarsi” dal temerla irrazionalmente. Il problema che si pone all’umano vivente di fronte alla precarietà della vita, non è risolto fintantoché ci si affidi a una “vista miope” e a una “memoria corta” delle elaborazioni attinenti questo tema.

Rinnegata la Strategia Eteronoma di elaborazione della preoccupazione della Morte, perduta la potenza evocatrice dei simboli che hanno alimentato la Strategia Eteronoma-Autonoma e stabilito – in Europa – il primato della ragione sulla metafisica, il malessere contemporaneo sembra derivare principalmente da una dimensione ansiogena, immanente e oppressiva, che rimane imprendibile. La sua natura è aspecifica e la soluzione sembra impossibile, di fronte a una sorta di “infodemia” nella quale ciascun “attore professionale” afferma di possedere la panacea. Lo stato d’ansia alberga soprattutto in chi sente la Morte come: un fastidio personale, un soffio sul collo, una sconfitta, un peccato da espiare; in chi si trova in solitudine a combattere una lotta disperata contro di essa (o le sue manifestazioni “parziali”, nelle sue “inabilità permanenti” durante il corso della vita); in chi la annichilisce, la disprezza fino al momento inevitabile di “sbatterci il muso”; in chi viene sotterrato vivo da tradizioni, rituali o convenzioni sociali e che non è in grado di sopportare un tale peso senza che qualcuno si prenda cura di alleviare le pene; in chi – in ogni caso – nega l’evidenza della precarietà dell’esistenza a favore di un solipsismo debole, di un delirio di potenza inappropriato che non configurano una vera “autonomia”. Perseguire questo obiettivo è fonte di parecchi problemi e, possibilmente, anche di grandi conquiste e soddisfazioni intellettuali, etiche ed ecologiche. La tesi esposta nello studio è che, spesso, le convinzioni e i comportamenti umani mostrano un difetto di integrazione della stessa Morte nel concetto di Vita e di Ecologia. Questa dimensione si evidenzia – secondo gli Autori che se ne occupano – nei discorsi i quali (adottando il termine contemporaneo di Tanatologia) non risultano armonizzati con le radici culturali e sociali di chi la possiede. A ogni modo, non è stata trovata una via universale, adatta e praticabile per tutti, che promuova una “via normale” per affrontare la Preoccupazione dell’Impermanenza. Ciononostante, si possono sicuramente individuare alcune “buone pratiche” che offrono cognizioni utili da seguire per sviluppare un Approccio Etico ed Ecologico alla Paura di Morire. Lo studio si articola mediante un discorso che aspira a superare alcune ambiguità attraverso un metodo di indagine e di rappresentazione delle informazioni trasparente ed, entro il limiti del supporto cartaceo, “multimediale”. Esso mette alla prova anche l’utilità di un approccio critico e “fondato sulle prove” che non dia nulla per scontato. In un certo senso, il progetto editoriale mira a esplicitare livelli di efficacia, efficienza e equanimità di ciò che viene esplicitamente affermato, documentato e commentato o implicitamente progettualizzato. Se di questo si tratta, l’ambizione dello studio è fornire strumenti di conoscenza multidisciplinare e orientamenti alla pratica che offrano all’individuo e alla società alcune Mappe Mentali funzionali allo scopo etico ed ecologico che si concretizza nella Cura della Preoccupazione della Morte. Lo studio offre metodi e criteri di valutazione; non ci sono soluzioni preconfezionate nella formulazione della propria individuale Epistemologia e Strategia di elaborazione della Preoccupazione della Morte. Una Strategia Autonoma robusta, per esempio, non ha i piedi per camminare se non contempera una forma di equilibrio che, individualmente, si esprime a livello bio-psico-sociale e ambientale. La convinzione che si vuole trasmettere è che, applicandosi, si può aspirare a raggiungere una forma di Saggezza superiore a quella che precedeva lo studio e la pratica proposti. Tutto ciò detto gravita ed è immerso in una trama di relazioni, in un Logos sotterraneo e analogico di cui, quello che emerge all’evidenza è spesso la “punta dell’iceberg”. Si manifesta così la consistenza dei processi dettati dall’Intersoggettività e dall’Interdipendenza co-evolutiva del Mondo. Questa è talmente incorporata in molte Esperienze Esistenziali, oppure, è talmente intellettualizzata in molte Dottrine Metafisiche e Fisiche che sembra non esistere, che non viene insegnata, che si preferisce evitare, che sembra ininfluente sulla Presenza Individuale, mentre ne costituisce la struttura. Ciò si evince seguendo, tra le altre, le tracce che portano alla Filosofia, al concetto di Sacro, di Relazione, di Morte; alla Spiritualità, alla Scienza, alla Medicina, o alla Politica. Il suddetto Logos, in questa sede si sviluppa: delineando il profilo del Convitato di pietra; presentando personaggi che hanno una “storia da raccontare”; introducendo contesti interagenti dai quali giungono indizi, suggerimenti, teorie e possibili omologie. Questi, vengono estratti – soprattutto – dalla tradizione Ellenistica e di alcune Filosofie Orientali, oltre che dalle Scienze Cognitive, con particolare attenzione verso quelle alimentate dall’opera di Gregory Bateson e da “illuminanti” Giordano Bruno e Giacomo Leopardi. C’è un intreccio doloroso nel “melodramma esistenziale”. Esso si apre a una spiegazione quando si iniziano a evidenziare presupposti, contesti, ontologie, linguaggi-pensiero, condizionamenti, responsabilità, attenuanti, ingiunzioni, giustificazioni, modelli complessi di Intersoggettività e Interdipendenza. Lo studio porta a delineare un quadro che ha pregnanza per l’intera umanità e che potrebbe aprirsi a ulteriori ricerche e a una modellazione di un Vivere in Salute individuale e sociale che comprenda senza traumi – nelle dinamiche dell’insieme complesso del quale fa parte l’umanità – il sopraggiungere del “silenzio”, della fine del ciclo, dell’eventuale (metafisica, ultrafilosofica o quantistica) Rinascita. Il melodramma in questione canta la “paura di morire” e, si può dire, non finisce in tragedia. Parafrasando Peter Berger, la Morte è l’incongruo più assurdo dal punto di vista della Vita e, come tale, essa partecipa all’emergenza del comico e del religioso. In uno scenario ecologico ed evolutivo la Morte non ha altro scopo che lasciare il posto alle nuove generazioni. In un contesto individuale e sociale la situazione non cambia, se non riguardo al fatto che essa segue un percorso più intimo e partecipato affettivamente e simbolicamente mediante i Comportamenti Funebri. Vista da queste prospettive, la Morte si presta a configurare un lutto doloroso, ma anche a sollevare una facile ironia sul disagio che comporta l’ingombrante Convitato di pietra e questo, paradossalmente, la rende più “umana”. Con tutto ciò, dimostrando che esistono armonie già trovate, strade già percorse, equilibri orchestrali che – per quanto vertiginosi, strazianti, o arditi che siano – mostrano come giungere a un’inattesa catarsi di un nulla che non ha ragione di chiedere alcuna vendetta, e che risulta praticabile anche nella società liquida contemporanea.

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